| I giovani di Caposele |
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| Scritto da Administrator |
| Giovedì 31 Dicembre 2009 07:10 |
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ieri sera a Caposele ho presentato “Nevica” di fronte ad una platea vivacissima e composta da molti giovani. è stato un incontro estremamente interessante e ricco di spunti. i giovani di Caposele mi hanno colpito per la loro intelligenza, il loro acume e la loro sensibilità. volevo ringraziare Luciano per la sua ospitalità e soprattutto per aver saputo attrarre un pubblico così numeroso, vario e attento. mi viene da pensare, dopo momenti come questi, che la paesologia non è una disciplina elitaria, destinata a restare chiusa nel recinto di discussioni settarie. i paesi dell’irpinia hanno questa capacità: sanno sorprenderti all’improvviso. l’interesse e l’entusiasmo che suscita, la rabbia e la voglia di resistere, di rimanere nei paesi che ho visto ieri mi incoraggiano a continuare in questo mio percorso. ancora grazie. armin COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia
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| Ultimo aggiornamento Sabato 02 Gennaio 2010 13:16 |




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Al momento dei terremoto Caposele aveva quattromila abitanti. Ne morirono sessantuno. Tre quarti della popolazione rimase senza tetto. Come in tutti i paesi, i danni maggiori si ebbero nel centro antico, a causa della particolare situazione idrogeologica e dello stato di fatiscenza di molte case. Alle distruzioni provocate dal sisma si aggiunsero ben presto quelle provocate dalle demolizioni selvagge che rasero al suolo anche parti storicamente molto significative, come la chiesa madre e il castello.
A proposito di sciagure, la più grave fu quella dei 1656: la peste si portò via duemilacinquecento abitanti. Caposele poi fu fortemente danneggiata dai terremoti dei 1694, del 1732 e dei 1853. Nonostante questo, prima dell'ottanta il paese non era stato inserito nell'elenco dei Comuni dichiarati sismici.
Dopo infinite vicende ora la ricostruzione ha raggiunto l'ottantacinque per cento. Lo Stato ha assegnato finora duecentoventi miliardi. Di questi oltre centocinquanta se ne sono andati per l'edilizia privata. Il Comune ha stimato che per completare la ricostruzione occorrerebbe un'altra quarantina di miliardi. Ed è impressionante che ne siano previsti ben diciassette per opere di consolidamento, urbanizzazioni secondarie, completamento dei Piani di insediamento produttivo e per contenziosi.
Questi dati danno prova della particolare conformazione di Caposele, letteralmente appoggiata sull'acqua. Guardando alcune foto del paese all'inizio dei secolo scorso, in un bel libro realizzato dall'editore Sellino, si rimane impressionati dal rivoli d'acqua che sembrano spuntare da dentro le case. Questo scenario dura fino al 1906, quando la Società Autonoma Ercole Antico & Soci dà inizio al lavori per la captazione delle acque. ILfiume, si direbbe adesso, viene criptato, scompare dalla vista e si avvia in lievissima pendenza verso l'assetata pianura pugliese: la portata attuale è di tremilaottocento litri al secondo, quella massima si raggiunge a luglio (questo fiume è buono, dà più acqua quando ce n'è più bisogno) con quattromilacinquecento litri al secondo. L'ultima fontana con l'acqua dei Sele si trova a Santa Maria di Leuca, proprio di fronte al mare. Su questa pionieristica opera di ingegneria idraulica scrisse anche Ungaretti, durante il suo passaggio in Irpinia: «Ora sono polle meno vive di prima, ma sepolte. Al loro posto dove formavano un lago a ferro di cavallo appare un prato, e da un lato nello stesso sfondo sorge su un salto un povero campanile distaccato dalla sua chiesa trasportata altrove».
Ora sto proprio sotto questo campanile e il mio accompagnatore mi spiega il motivo della ginestra che sta in cima. Durante l'ultima guerra, mi racconta con fervore Alfonso Merola, il campanile fu interamente fasciato di ginestre per nasconderlo ai bombardamenti che miravano a colpire la galleria dell'acqua che nasce proprio lì vicino.
Sono qui alle sei di sera e il paese è pieno di gente, una visione veramente confortante. La cosa più curiosa è che le persone mi sembrano tutte piuttosto basse. Me ne accorsi la prima volta osservando quelli che seguivano un feretro e ne trovo conferma anche oggi. Nel centro storico ci sono, e mi sembra un miracolo, bambini che giocano a pallone. Su un lato della strada anziani che parlano davanti a un barbiere, macchine parcheggiate e altre che vanno avanti e indietro. Qui c'è poco spazio. Lo testimonia anche la particolare forma delle case, tutte sviluppate in altezza e quasi mai di buona fattura architettonica. Ma non bisogna prendersela sempre col terremoto. Se si guardano le foto di inizio secolo e poi quelle degli anni settanta si vede subito che molti guasti erano già stati fatti. C'è un orribile palazzo che ospita il Comune, ci sono case a quattro e a cinque piani che contrastano non poco con gli alberelli di ulivo e di ciliegio nelle colline intorno al paese.
Gli equivoci della nostalgia danno fin troppo risalto a quelle manciate di tremuli uccelli che si nascondevano negli ulivi, al fico storto, alle pelurie rosse dei meli. In verità la vita era fievole come un lumicino. A due metri dal povero camino era il gelo. Uno può avere rimpianto per la propria madre col macinino da caffè tra le ginocchia o per il crepitare verdognolo di una rana, ma bisogna capire che tutto questo non è scomparso per colpa dei terremoto.
Non si finirà mai di ripetere che è falso pensare a questi luoghi come presepi in cui tutti erano più buoni e più contenti. Non bisogna mai dimenticare i disagi della convivenza con i quadrupedi, la mancanza di fognature, scuole, assistenza medica. Quelle che furono dette le plebi rassegnate e sanfediste ora appaiono nei discorsi dei nostalgici come popolazioni civilissime, tradite da un manipolo d'imbroglioni. ~ così, del resto neppure bisogna dimenticare che in Italia i luoghi delle tragedie funzionano come punto di coagulo, come preziose occasioni di grandi e piccoli intrallazzi a cui pochi si sottraggono. E qui in Irpinia non si è sottratto quasi nessuno.
Franco Arminio
Viaggio nel cratere
Sironi editore 2000
Parlare in questi termini del proprio paese fa male al cuore. Tuttavia, così come ad un amico occorre sempre dire, per il suo bene, la brutta verità piuttosto che una bella bugia, anche per il proprio paese è conveniente talvolta fare delle dure e, per quanto possibile, lucide autocritiche. Sempre a fin di bene! Premetto che le responsabilità di quanto sto per dire sono dell’intera comunità, di noi tutti insomma, nessuno escluso: dei singoli cittadini, delle professioni, della cosiddetta “classe dirigente”, dell’ apparato burocratico, della pubblica amministrazione, ...... Ovviamente le responsabilità sono proporzionali al ruolo che ognuno di noi occupa nella società.
Caposele fondamentalmente è un paese che non si ama, che non piace a se stesso, è un paese triste, è come un bambino che non vuol crescere e, per contro, già dall’adolescenza aspira alla pensione. E’ un paese che è caduto in un torpore soporifero da un lato, e dall’ altro è spesso e volentieri capace di esprimere ed alimentare i sentimenti peggiori, stroncando contemporaneamente ciò che di buono possiede. E’ pessimismo, questo? E’ catastrofismo? E’ uno sguardo poco attento sulla nostra realtà? Non credo! Vediamo perché.
Caposele è un paese ricco di xenofili del tutto particolari, che tradotto significa: gli altri (i non caposelesi) sono sempre migliori del nostro vicino di casa. Lo è, ad esempio, nei confronti del commercio locale, perché si ritiene che nei paesi limitrofi si trovino prodotti di una qualità migliore e più a buon mercato, quando invece spesso è vero il contrario. Ed il nostro commercio langue e con esso l’intera economia, con danni anche per coloro (gli xenofili) che hanno tale convinzione e si adoperano di conseguenza. Certo, la cosiddetta “classe dirigente” (dirigente di che?) non aiuta a correggere ed invertire il fenomeno, se essa stessa ritiene e sbandiera che Caposele non può essere paragonabile a qualche paese vicino, dall’economia florida. Parafrasando, immaginate il disastro che si commetterebbe se al proprio figlio, anziché spronarlo a fare meglio a scuola, si dicesse che lui non potrà mai essere bravo come il suo compagno di banco? Il povero ragazzo si convincerebbe che è effettivamente così (gliel’ ha detto il padre!) e perderebbe fiducia in se stesso insieme alla pur minima motivazione a fare meglio. Viceversa, a volte si è costretti, letteralmente costretti, addirittura a trasferirsi fuori del nostro Comune per poter aprire un negozio o acquistare, ad esempio, una casa, perché qui da noi siamo bravissimi a trovare sempre “il pelo nell’uovo” pur di non far realizzare tale fondamentale diritto a chi ha voglia e necessità di farlo, sacrificando anche un rilancio della nostra economia e non consentendo (fatto immorale!) a quei “poveri cristi” (con tutto il rispetto che meritano), costretti a lavorare al nord per sostenere le proprie famiglie, di poter finalmente rientrare. La cieca cultura del “pelo nell’uovo” sta letteralmente rovinando la nostra comunità! Ma lasciamo perdere, questo è un altro argomento! O forse è lo stesso?
Tornando a noi, l’altro (il non caposelese) è sempre migliore del nostro vicino di casa (mai migliore di noi stessi, però!) e lo è in qualsiasi settore: lo è nell’artigianato, lo è nelle professioni, lo è nella politica, lo è in tutto. A scovar bene, questo modo di pensare e di agire non è del tutto casuale, ma origina da qualcosa di molto più profondo, è l’effetto di un peccato originale di cui il nostro paese non sa liberarsi o non vuole liberarsi. Leggevo su un quotidiano, qualche giorno addietro, uno straordinario articolo di Oriana Fallaci. La sostanza è questa: la Fallaci rifletteva sull’intima essenza dei regimi totalitari e delle democrazie nostrane. Il regime dittatoriale mira a condizionare, con atti di violenza fisica, fondamentalmente il corpo degli individui. La (falsa) democrazia nostrana, invece, lascia libero il corpo delle persone, ma tenta di rubargli l’anima. Le democrazie nostrane favoriscono gli yes-men, mentre gli uomini liberi sono scientificamente e sottilmente messi alla berlina, sono denigrati, sono isolati. “O sei con me o la tua strada sarà irta di avversità” è la parola d’ordine! Questo il pensiero della Fallaci. E come non ritrovarsi in questa lucida e spietata analisi? Questo modo di agire e di pensare, così diffuso, è certamente da uomini mediocri, perché chi è grande, che sa pensare in grande, non ha paura delle idee altrui. Chi è grande non si pone mai in at-teggiamenti così meschini. Chi è veramente grande mira a far crescere anche gli altri. Sono rimasto colpito quando ho letto, da qualche parte, che sulla tomba del grande Rockfeller sono scolpite questa splendide parole: “Io sono diventato grande perché mi sono sempre circondato di persone migliori di me”. Che grande esempio di umanità e di umiltà! Chi è veramente grande è anche e soprattutto generoso. In chi è mediocre prevale invece un altro sentimento, prevale l’invidia. Il nostro è un paese di buoni all’apparenza (si chiamano buonisti) e di invidiosi nella sostanza. E’ questo il nostro peccato originale! L’invidia porta alla disgregazione sociale e Caposele e’ un paese socialmente disgregato; l’invidia porta a far male all’altro e di conseguenza a se stesso; l’invidia porta inesorabilmente all’autolesionismo.
Correggiamo rotta prima che sia troppo tardi!
(scritto e pubblicato su un giornale locale nel dicembre 2005: da allora le cose sono alquanto peggiorate!)
Giuseppe Ceres
Mancato sviluppo L. 219/81 e successive
Ringrazio innanzitutto gli organizzatori del convegno ed in particolare il presidente dell’ Associazione per avermi dato la possibilita’ di esprimere le mie idee su un argomento che mi sta molto a cuore. A dir la verita’, in un primo momento, e cioe’ all’ atto dell’ invito rivoltomi dall’ amico presidente, ho avuto qualche perplessita’ e, vi confesso, anche molti dubbi: mi sono chiesto se sarei stato capace di sostenere una questione cosi’ complessa in un consesso di tale livello. Alla fine mi sono dato coraggio ed eccomi qua.
L’ argomento che mi e’ stato chiesto di trattare e’ “Mancato sviluppo post-terremoto ‘80” e come naturale e sottinteso corollario “cosa fare per non ri-petere gli stessi errori, allo scopo di avviare le nostre zone ad una condizio-ne di sviluppo non solo saltuaria, ma di regime”. Il tema, come accennavo poc’ anzi, e’ estremamente complesso e si inserisce in un problema molto piu’ vasto che e’ quello del Mezzogiorno e sicuramente chi vi parla non e’ all’ altezza di dare una risposta esauriente sull’argomento. Molto si e’ scritto sulla ben nota “Questione Meridionale”, illustri studiosi si sono cimentati per capire e dare soluzioni al problema, senza purtroppo nulla o poco determi-nare sullo stato di stallo e di abbandono di cui soffre il Mezzogiorno d’ Italia. Ciononostante anch’ io vorrei dire la mia, guardando per cosi’ dire la que-stione dall’ interno, portando l’esperienza e le impressioni di chi nella nostra zona e’ nato, ha subito lo shoc del terremoto, ci lavora e ci vive e che nel Meridione si e’ formato, avvertendo che la mia analisi e le mie modestissi-me proposte sono un po’ controcorrente, non da meridionale o meridionali-sta piagnone per intenderci; esse sono il frutto del semplice interrogativo che ognuno di noi si pone o si dovrebbe porre: perche’ le cose, qui in Meridione, non funzionano come altrove?
Entrando subito in argomento, a seguito del devastante e disastroso evento sismico del novembre ‘80, la nostra zona si trovo’ al centro dell’attenzione nazionale e non solo nazionale, mettendo a nudo giocoforza la nostra condizione di poverta’ e di sottosviluppo, che, insieme alle innume-revoli vittime, turbo’ profondamente la coscienza collettiva del nostro Paese. Un’ area con un patrimonio edilizio scadente ed inadeguato alle esigenze della vita moderna, una fragile economia costituita prevalentemente dalle risorse provenienti dall’ emigrazione, dal pubblico impiego, da una agricoltura piu’ o meno sufficiente a soddisfare le esigenze del piccolo proprietario ter-riero, da un modesto artigianato: questa era la nostra realta’ di allora. In-somma, Cristo era ancora fermo ad Eboli! La mobilitazione nazionale ed internazionale fu straordinaria, vi fu un atto di generosita’ nei nostri confronti inimmaginabile, fatto di volontariato, di gemellaggi, di aiuti di ogni tipo da parte di Associazioni, di Comuni, di Nazioni straniere ed ovviamente dello Stato. Terminata l’emergenza, inizio’ il dibattito in Parlamento che conflui’ nella ben nota legge 219 del 14 maggio ‘81, il cui titolo sintetizzava l’ obietti-vo che lo Stato si proponeva per la rinascita delle nostre zone: “Ricostruzione e Sviluppo delle zone terremotate”, dichiarando contestualmente “gli in-terventi connessi di preminente interesse nazionale”. Di qui, diciamolo pure, il consistente flusso di risorse assegnate ai Comuni, i quali furono investiti direttamente nella gestione della ricostruzione del patrimonio edilizio privato e pubblico, delle aree artigianali, delle opere pubbliche di propria competen-za; lo Stato si riservo’ la realizzazione delle infrastrutture, delle aree industriali, la gestione e l’erogazione dei finanziamenti alle attivita’ produttive.
Il clima sociale che si instauro’ dopo la parziale rassegnazione al disastro subito, che, e’ bene ricordarlo, comporto’ la perdita di circa 3.000 vite uma-ne, fu una grande voglia di reagire e di rinascere, di farcela insomma; si creo’ un forte senso di appartenenza per cui ognuno voleva rendersi utile al contesto, quasi votato alla causa; molti emigranti si ristabilirono nei loro paesi di origine per dare una mano ed anche perche’ si intravedevano nuove opportunita’ di occupazione. Si innesco’ una sinergia inaspettata, stroncata spesso dalle faide politiche locali. Purtroppo, questa straordinaria voglia di fare si spense abbastanza rapidamente e le cose per lunghi anni sono an-date avanti per inerzia, al punto che ancora oggi la Regione Campania ha dovuto emanare una legge, la n° 20 del 2003, in cui vengono stabiliti termini perentori allo scopo di chiudere definitivamente con questa benedetta rico-struzione. Ecco, ormai si parla solo di terminare la ricostruzione, ammettendo implicitamente il fallimento sul versante sviluppo: l’ originario obiettivo Ri-costruzione-Sviluppo e’ stato praticamente disatteso! Ne e’ la prova che da circa un decennio ha di nuovo preso corpo la tendenza, e non solo la ten-denza, all’ emigrazione verso le regioni del centro e nord Italia, con la pe-sante aggravante rispetto alla precedente degli anni sessanta, che vedeva emigrare solo il capofamiglia mentre il resto della famiglia restava nei luoghi di origine, ove venivano investiti i proventi dei propri sacrifici, con la pesante aggravante, dicevo, che ora emigrano famiglie intere, svendendo spesso il proprio patrimonio per acquistare nei luoghi di lavoro ove si sono trasferite, impoverendo notevolmente il nostro territorio di energie giovani e produttive. Insomma, cosa non ha funzionato qui da noi, per cui una cosi’ grande op-portunita’ di crescita non e’ stata colta, quali sono le cause che non ci per-mettono di emulare altre zone del centro e del nord Italia che viaggiano ad un tasso di sviluppo e con un reddito pro-capite pari al doppio del nostro? Perche’ i nostri pur preparatissimi ragazzi se vogliono realizzarsi nel proprio lavoro debbono far la valigia, non piu’ di cartone indubbiamente ma contenente probabilmente il computer portatile, e prendere altre strade?
Se fossi un meridionale o un meridionalista piagnone, e ve ne sono tanti in giro che purtroppo ingannano se stessi e soprattutto ingannano gli altri, evi-dentemente per celare proprie responsabilita’, direi che e’ colpa dello Stato centrale, che eroga risorse al Nord e taglia al Sud, che la Regione favorisce le zone costiere, sacrificando quelle interne e tante altre cose ancora che non voglio ripetere. In sostanza, secondo costoro, se vi e’ una condizione di mancato sviluppo, per non dire sottosviluppo, e’ sempre colpa degli altri, omettendo di fare un esame di coscienza anche sulle nostre responsabilita’, come singoli, come societa’ civile, come classe dirigente, come apparato burocratico. Occorre aver l’ onesta’ intellettuale di ammettere che la nostra condizione e’ funzione di un rapporto biunivoco tra noi ed il resto del Paese, che le responsabilita’ sono di entrambe le parti. In ogni caso, noi abbiamo i nostri rappresentanti che dovrebbero tutelare e far valere i nostri interessi nelle sedi opportune, per cui le responsabilita’ “degli altri” comunque si ri-conducono in parte a noi. Io penso che la causa prima del mancato sviluppo post-terremoto ed in generale del mancato sviluppo del Mezzogiorno sia da ricercare nelle nostre piu’ profonde radici culturali. Vedete, questi anni sono stati per noi un banco di prova, per cio’ che siamo in grado di fare e di non fare e soprattutto di cio’ che non vogliamo fare. Il nostro e’ un handicap cul-turale che ci impedisce di andare avanti, di farcela con le nostre energie e con la nostra intelligenza. La nostra e’ una “Provincia subordinata”, come e’ stato definito il Meridione, perche’ noi vogliamo che sia cosi’, perche’ ab-biamo barattato per decenni lo sviluppo con l’ assistenzialismo, la crescita sociale e culturale con il clientelismo, con un effetto disastroso accumulatosi negli anni, superiore, vittime a parte, a quello del terremoto. Cio’ che e’ stato ancor piu’ grave e’ l’effetto moltiplicatore in negativo che si e’ alimentato, comportando indolenza ed accidia nella societa’, al punto che il pensiero prevalente per decenni si e’ concretizzato nelle parole “tanto ai nostri pro-blemi ci pensa lo Stato a risolverli”.
Qui da noi, per fare un esempio, vi e’ un costo decisionale impressionante, vale a dire, dal momento in cui un cittadino, un Comune o qualsiasi altro soggetto decide di realizzare o di promuovere qualcosa, al momento della sua realizzazione, se va bene passa un tempo lunghissimo, che spesso vanifica la bonta’ dell’ idea originaria, perche’ le esigenze nel frattempo sono cambiate: cio’ che andava bene prima, ora non risponde piu’ alle nuove situazioni. Spesso l’idea non viene nemmeno realizzata perdendosi per stra-da, comportando, nell’ uno e nell’ altro caso, un costo sociale ed economico non indifferente. Qui da noi vige, dobbiamo ammetterlo, un prevalente modo di pensare e di agire che rema contro lo sviluppo economico e sociale, che sacrifica alle radici qualsiasi forma di novita’ e di emancipazione, che con scientificita’ mortifica e ghettizza le pur numerose libere intelligenze presenti sul territorio, le quali per potersi affermare, senza perdere la liberta’, sono costrette a dirigersi verso situazioni meno ostili. Ecco, la nostra societa’ e’ statica, vede con sospetto e conseguentemente emargina chiunque cerca di guardare, anche nell‘ interesse collettivo, un po’ piu’ in la’ del proprio naso, perche’ si teme vengano minate le rendite di posizione o i privilegi acquisiti, perche’ si ha paura di confrontarsi e di mettersi in discussione!
E allora, che fare? Io penso che noi dobbiamo capire innanzitutto il contesto in cui il nostro Paese si muove ed ancor di piu’ il contesto in cui si muove l‘ intero Pianeta. Il Mezzogiorno, da circa un decennio e’ diventato una palla al piede per il resto del Paese, il quale non e’ piu’ disposto a tollerare che in-genti somme di danaro pubblico pur stanziate non creano sviluppo ed ogni volta si torna punto e daccapo. E poi l’ Italia, e piu’ in generale l’ Europa, si trova ad affrontare, terrorismo a parte, una sfida mossa dai paesi emergenti che viaggiano ad un tasso di sviluppo elevatissimo. Ecco, il nostro Paese non puo’ piu’ permettersi di trascinare un carrozzone improduttivo qual e’ il Mezzogiorno e noi dovremmo prendere coscienza di questo nuovo stato di cose. Insomma, e’ finita l’era del Papa’ Stato e della Mamma Stato che ci ri-solve i problemi, e quindi d’ora in avanti dovremmo vedercela da soli. E allora, ripeto, cosa fare? Da noi sono state sperimentate tutte le possibili soluzioni, che purtroppo non hanno prodotto gli effetti sperati, e cioe’ che il Mez-zogiorno in generale e le nostre zone in particolare, camminino con le proprie gambe e sappiano competere con il resto del Paese, senza essere ri-forniti continuamente di energia dall’ esterno. Noi abbiamo tantissime risorse, umane e non solo umane, che ci permettono, se lo vogliamo, una condi-zione di benessere generale e diffuso. Per uscire da questa situazione, l’ unica alternativa possibile e’ un salto di qualita’ culturale di tutta la Societa’, dal singolo, alla classe dirigente, alla burocrazia. Dobbiamo umilmente allargare i nostri orizzonti e liberarci da un modo di pensare provinciale, in base al quale spesso il nostro comportamento e’ simile a quello dei due cap-poni di Renzo nei “Promessi Sposi”. Occorre liberare le energie sane e produttive, con la consapevolezza che esse non producono ricchezza solo per se stesse ma anche per la collettivita’. Noi siamo, a mio parere, succubi di una cultura ultramillenaria impostata solo sul “Sapere”; oggi occorre fare un salto di qualita’ e passare alla cultura del “Saper Fare” e soprattutto del “fare bene” ed ancora alla cultura del “Saper Far Fare”. Occorre muoversi con il criterio di “Efficienza ed Efficacia”, se veramente teniamo a cuore le sorti delle nostre zone, del Meridione e soprattutto delle nuove generazioni. Dovremmo, e concludo, fare uno scatto di orgoglio, aver maggior fiducia in noi stessi e nelle nostre capacita’ ed avere il coraggio e la forza di isolare una volta per tutte le componenti che intendono mantenere la condizione attuale: solo cosi’, da “Provincia subordinata”, il Meridione puo’ approdare ad una condizione di “Vero Protagonista del suo futuro”.
Giuseppe Ceres